mercoledì 17 settembre 2014

I 5 Perché Sì di Si alza il vento

Domenica sono andata a vedere Si alza il vento, l'ultimo film di Miyazaki. Ne hanno parlato un po' tutti. E come evitare! A chiudere la carriera in bellezza non ci riescono mica in tanti. Lui sì. 


Trovo toccante che nel lungometraggio Miyazaki si apra totalmente al suo pubblico in modo poetico e bizzarro riunendo passioni, esperienze di vita e pensieri personali tutti in un unico film. Ma non mi voglio dilungare sul concetto o fare una recensione tutta mia. L'unica cosa che conta ora è dire i miei cinque Perché Sì.

  1. Gli occhiali di Jirō Horikoshi
    La scena iniziale in cui il giovane sogna di volare su un aeroplano e che si tramuta in incubo per via della perdita dei suoi occhiali mi ha subito disarmato. La miopia rappresenta il primo grosso inciampo nella vita del protagonista, fastidio che lo porta a riflettere su quali siano le sue possibilità di pilota e progettatore di aerei. A indirizzarlo verso quest'ultima opzione sarà in sogno il Signor Caproni. Ma quali altre possibilità aveva il piccolo Jirō? Gli aeroplani non possono essere guidati da chi ha difetti di vista. Il momento in cui il giovane si sveglia e vede appannato il mondo attorno a sé è anche il mio modo di percepire ciò che mi circonda. E, con la consapevolezza e la tristezza di sapere come ci si sente, mi chiedo: "Che la vita di Jirō Horikoshi sia andata così per colpa degli occhiali?"
  2. Le sigarette spente e impilate nel posacenere
    Il tempo passato a studiare matematica, a lavorare sulle progettazioni e a risolvere gli inghippi meccanici e ingegneristici è scandito dal numero di sigarette nei posacenere. Inutile dire che sono sempre tutti pieni. La sigaretta diventa qui uno strumento per concentrarsi, tranquillizzarsi e lavorare. Ma soprattutto è il simbolo della frustrazione, del sogno che non si realizza.
  3. L'aereoplanino di carta
    Che cos'è l'amore se non un gioco? Il tenerissimo momento in cui i due giovani protagonisti capiscono di amarsi è scandito dai lunghi viaggi di un aeroplanino di carta. Non si può far a meno di immedesimarsi, di ricordare quei momenti in cui anche noi siamo così. Buffi, bambineschi e concentrati solo su quella persona là, l'unica che conti, la più importante al mondo.
  4. Il terremoto
    Ogni tanto ritorna il fatto che io sia geologa. E la riproduzione animata del fenomeno mi ha in un certo senso riportato alle mie radici. C'era tutto: la distruzione, i movimenti oscillatori e sussultori, l'incredibile forza bruta della natura. E c'era in un certo senso anche la calma tutta giapponese di chi un fenomeno così lo vive da sempre e che non si sconvolge più di tanto. Vedendo l'ordine con cui gli uomini in treno si dirigevano ordinati verso la città distrutta mi son detta: " Se capitava in Italia, sarebbe stato proprio uguale!"
  5. La forza dei desideri
    Jirō desidera progettare aerei e finirà per farlo, ma a caro prezzo. Dover fare a meno dei momenti con Naoko è la vendetta del mondo. L'uso del suo prototipo in guerra, senza possibilità di ritorno, è la vendetta del tempo. Perché, noi lo sappiamo, la vita è così e rincorrere un sogno, un desiderio, avere delle aspirazioni, se perseguite con le massime forze, costa. Si paga sempre tutto nel nostro mondo. E anche in quelli di Miyazaki. Ed è così che ascoltando il dialogo tra il protagonista e Caproni:
    C: "Preferiresti un mondo con o senza piramidi?"
    J: "Un mondo con le piramidi."
    A me è tanto venuta voglia di dire: "No, un mondo senza!"
Recuperatelo Si alza il vento! Merita ancora molti altri 5 Perchè Sì!

giovedì 11 settembre 2014

Io sono L'idiota

-Ma secondo me Nastasia Filippona...
-Ilaria Nastasja Filippovna!
-E va beh! Mica lo so il tedesco!

Questa è per darvi una dimostrazione dei miei strafalcioni. Chi mi conosce lo sa, ne faccio almeno tre al giorno. Uno dei motivi per cui sono la Buffa ragazza marchigiana a milano è proprio dovuto al fatto che io sia ridicola, che me ne vergogni e che diventi più ridicola ancora. Fa parte del mio carattere e solo dopo tanto duro lavoro ho imparato ad accettarlo. 

Che poi, a dirla tutta, è una buona arma da giocarsi con gli uomini.

Il tremendo SFONDONE (leggasi appunto strafalcione, è marchigiano) che vi ho propinato qui sopra, oltre ad essere un eclatante perla è la dimostrazione che, nel bene e nel male, ho letto L'idiota di Dostoevskij.

Ora (devo precisare) lo so che Dostoevskij è russo, dovete capire che in certi momenti il mio cervello non è ben collegato con la lingua. Quelli sono i momenti più belli, in tutti i sensi. 

In realtà il discorso con Stefano era iniziato nel migliore dei modi. Tipo così.

-Allora hai letto L'idiota.
-Si e, non so perché, ma la prosa di Dovstoeskij pare fatta apposta per me.
- Ti è piaciuto?
- Si, molto. Ne ho tratto numerosi spunti.
-Tipo?
-Tipo che io sono L'Idiota
- Che bella cosa che stai dicendo!
-E ma non è mica facile essere L'Idiota! Se poi hai anche una maledetta puntina di Ganja in te, rischi di finire nei guai...

L'Idiota, costretto a comprendere ogni sfumatura dell'altro, è la riproduzione di tutti coloro che nell'epoca moderna sanno solo dire Grazie e Scusa. L'Idiota è quel tipo che se sbagli capisce e perdona subito perché tanto sa che sei fatto così. L'Idiota è quello che si fida di te e ti da l'opportunità di cambiare, di essere migliore, ma ti perdona se non ci riesci. L'Idiota accetta che gli si venga fatto del male, ma si disprezza quando il male lo provoca lui. E, che sia ben chiaro, L'Idiota non cerca mai di fare male a nessuno.

Non vuole farsi notare, L'Idiota, vuole solo avere dei buoni amici e vivere in società. L'Idiota però viene notato da tutti perché l'estremo altruismo è sempre sinonimo di eccentricità. E finisce per essere il centro di tutto, o meglio il centro del niente.

L'Idiota ama tutti e, per questo, non ama mai davvero.

E sì, un po' Idiota lo sono anche io.

Ma una cosa che spesso non si sa degli Idioti è che il male ad essi fatto, seppure perdonato, male ha fatto. L'Idiota non lo si vede soffrire, lo fa in silenzio, da solo. L'idiota finge che sia la malattia. Ma la malattia dell'Idiota altro non è che quell'inguaribile necessità di farsi perdonare dal mondo. Perché è sbagliato lui, non tutto il resto.

Quindi, se incontrate per strada L'Idiota fategli un favore. Salvatelo da se stesso. Se lo merita.

L'idiota.



mercoledì 10 settembre 2014

Maratona dei corti d'animazione al Milano Film Festival

Ebbene sì, ieri mi sono presa la mia bella copertina di lana e sono andata a Parco Sempione, proprio a fianco del Castello Sforzesco, per farmi una scorpacciata di corti di animazione. Non so se a voi ve ne freghi niente, ma vi faccio un piccolo resoconto di quello che ho visto e di come l'ho trovato. Non sono un'esperta e tutto quello che scriverò dipende dai miei gusti personali. Di genere prediligo le animazioni che raccontino una storia o che quanto meno sappiano farmi emozionare. Insomma per me è indispensabile che ci sia una storia, che sia chiara e che ci sia un significato intrinseco ben espresso dalle stesse immagini.

E ora sotto a chi tocca!
  • Alfred Jerry & 'Pataphisics
    "Alfred Jarry (Laval, 8 settembre 1873 – Parigi, 1º novembre 1907) è stato un drammaturgo, scrittore e poeta francese. La sua commedia più famosa è l'Ubu Roi (1896), considerata caposaldo e vera e propria pietra miliare del teatro dell'assurdo. I testi di Jarry sono considerati tra i primi sul tema dell'assurdità dell'esistenza e hanno a che fare con il grottesco e il fraintendimento.", dice wikipedia. Prima di vedere il corto non sapevo neanche chi fosse Alfred Jarry, non sapevo nulla delle sue opere e del suo genio e non sapevo cosa fosse la patafisica (" è la scienza delle soluzioni immaginarie, che accorda simbolicamente ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti per la loro virtualità" con cui ha creato nonsense e effetti comici utilizzando termini scientifici e accademici). Ora invece so qualcosa in più e l'ho scoperta in maniera divertente. Come non apprezzare?

  • An adventurous afternoon
    Un'avventura nello spazio che fa l'occhiolino ai comics degli anni Trenta e Quaranta. Disegni particolari e apprezzabili, ma niente di che.

  • Bang! Bang!
    C'è dentro il bisogni di liberarsi di una figura paterna ingombrante e a cui non si dice mai di no. C'è la caccia e le armi da fuoco che appaiono come una sorta di metafora delle ferite interiori inferte e ricevute. C'è un lupo selvaggio che difende la sua libertà e la sua vita. Perché solo una vita libera è davvero una vita vissuta. E delle volte servono proprio dei grossi no. Toccante e dai disegni eleganti, merita una visione.


  • Baths
    Due anziane signore nuotano e all'improvviso ogni fantasia prende forma e la gioventù riaffiora. Ma soltanto per un breve sogno ad occhi aperti. Carino e decisamente ben disegnato.

  • Black Tape
    La guerra a passo di tango. Quando la musica e il ballo diventano un veicolo per sottolineare l'atrocità dei combattimenti corpo a corpo e la loro totale assenza di scopo. Per chi ne sa più di me alcuni momenti del corto si riferiscono a momenti salienti del conflitto israelo-palestinese. Idea geniale e corto godibile.

  • Cruise Patrol
    Rilettura del cinema dei ruggenti anni ottanta e di tutto ciò che è considerato cinema di sottogenete, il corto narra la storia di un salvataggio. Ranger vs crudeli orsacchiotti di peluche! Divertente, ma niente di che. Il tratto non era di mio gusto.

  • Don’t Hug Me I’m Scared - Time
    Ragazzi era un video musicale. Non sono riuscita a sopportarlo. Ma de gustibus, visto che si tratta di un fenomeno virale.

  • Fingers Tale
    Vi siete mai chiesti se sia stata solo la fortuna ad evitare che vi tagliaste le dita delle mani con un coltello durante le preparazioni in cucina? Se la risposta è no, dovreste farlo. Il corto turco è stato davvero tra i più divertenti della maratona, permettendo di osservare cosa fanno le dita durante un istante di tempo congelato con una vera sorta di parodia cinematografica dei genere thriller e action.


  • Hasta SantiagoToccante racconto del percorso per raggiungere Santiago de Compostela tra uomini e donne che vale la pena di conoscere e città che si respirano grazie alla potenza dell'animazione. Nonostante il tema non mi tocchi più di tanto il corto è davvero ben fatto e alcune scene (i girasoli che seguono il passaggio del protagonista, la corsa in groppa ai topi e la sequenza dei cuori) ti entrano dentro.
  • High WoolPerfetto e geniale. Come riuscire a raccontare al meglio lo scontro tra due pistoleri? I duellanti, composti di filo, spariscono letteralmente dall'animazione a causa della velocità delle pallottole che trascinano i due e li trasformano in una balla di fieno danzante. Come dire la violenza genera solo polvere, ma farlo in modo molto figo! Ripescatelo, ne vale davvero la pena.
  • Homo Homini BisonteLa storia dei bisonti, un tempo numerosi in America, oggi specie in via d'estinzione. Il corto in questione è ricco di piccole perle umoristiche oltre ad essere di facile fruizione. Ti fa innamorare sin da subito degli enormi erbivori che sono solo capaci  di correre e, in un certo senso, scappare dall'uomo. Tutto questo e molto di più. Non vedo l'ora di poterlo rivedere per parlare con maggior cognizione di causa.




  • I like it when you're goneCarina la tecnica utilizzata, ma il viaggio della protagonista, tra una navigazione in barca e una cavalcata sul pesce non mi ha commosso. Rimane comunque un bel modo per descrivere le sensazioni che solo il mettendosi in marcia si possono provare.
  • Jhonny Express
    Davvero spassoso! Inoltre ho un debole per la tematica affrontata che mi ha fatto tanto pensare al secondo volume del graphic novel Hilda di Luke Pearson. Il pony express Jhonny deve fare una consegna in un pianeta abitato da alieni piccolissimi e ne combina delle belle senza neanche rendersene conto. Quando si dice che molto spesso non vediamo cosa siamo in grado di fare agli altri.

  • L'homme sur sa chaise
    Poetico e disegnato benissimo. Non racconta una storia ma riesce perfettamente a descrivere con le sole immagini l'uomo che non da nulla per scontato che si interroga su tutto. Insomma quello che cerca di vedere oltre se stesso.

  • M.o.M
    Toccante: Unisce l'importanza del rito quotidiano alla grande tristezza dovuta alle scelte sofferte che si è costretti a fare nella vita. Impressionanti i disegni. Era molto breve e la cosa mi ha infastidito.

  • Pandy
    Adorabile storia (inventatissima) dell'evoluzione passata, presente e futura del panda. Un modo davvero ironico di spiegare quanto l'uomo rovini l'ecosistema o cerchi sempre di salvarlo nel modo sbagliato. La storia di come un'animale come il panda sia riuscito a sopravvivere ai cambiamenti climatici più rigidi, ma non riuscirà mai a liberarsi del suo più grande nemico: il genere umano. La scena finale dice tutto.
  • Poker
    Si ok i coloratissimi protagonisti del corto vanno a tempo di musica e si modificano in maniera divertente. Però io continuo a vederci solo un esercizio di stile senza anima.
  • Rabbitland
    Tanto struggente. Perfetta descrizione di ciò che significa votare per un italiano oggi. Quei poveri coniglietti rosa senza cervello strappano il cuore. E pensare che è una metafora per descrivere noi, il mondo occidentale e civilizzato dotato di elezioni democratiche, non migliora di certo le cose.


  • Suicisse
    Farci notare quanto faccia schifo il corpo umano tramite un corto non è così difficile: ci piazzi i peli del naso e un foruncolo e il gioco è fatto! Troppo poco articolato, non mi ha convinto troppo.

  • The Construction of ANSTALT3000
    Davvero ste cose post-moderne e psichedeliche non le capisco! Non provo neanche a capirle tanto non  mi piacciono e non mi piaceranno mai. Perdonatemi, ma passo.

  • The Master's Voice: Caveirao
    Una zanzara svolazza in casa ronzando con aria minacciosa. Il tempo si ferma all'improvviso e lei rimane a mezz'aria facendoti pensare: "Che fico!". Poi tutto diventa surreale, arrivano i fantasmi animati in 2D e l'atmosfera si guasta. Carino eh! Ma dopo un inizio che faceva così ben sperare il corto distrugge ogni aspettativa diventando qualcosa d'altro. Qualcosa di peggio. e poco importa poi è tutto dedicato al conflitto tra autoritarismo e stile bohemièn.

Non ho visto l'ultimissima parte della rassegna perché ahimè dovevo scappare a prendere l'autobus per ritornare scalza e contenta a casa. Probabilmente ho lasciato per strada qualche corto (tipo quello sulla sindrome dell'arto fantasma che era poesia pura!), ma non riesco a ritrovare tutti i dati sul sito del Milano Film Festival e sono anche un po' cotta. 

Comunque ste serate alternative mi piacciono da morire! 

Lunga vita ai corti!

martedì 9 settembre 2014

Milano ha il mio nome dentro

Oggi vige la noia in casa Mencarelli. Come spesso accade quando sono nel limbo della nullafacenza, cerco di dare il meglio e di modificare le cose mettendomi in movimento. Non importa che cosa faccia, ma che faccia qualcosa: sia che scriva, sia che me ne vada alla ricerca di Milano, sia che vada a fare footing (ogni tanto capita anche a me) o che mi cerchi un luogo protetto dove leggere un libro. Devo far muovere almeno uno dei due tra muscoli e cervello. 

Oggi volevo muovere i primi, ma l'acquazzone mi ha sorpreso troppo presto e non mi ha permesso di fuggire di casa per un po'. Allora non c'è stata altra scelta che far muovere il cervello. Mentre sceglievo cosa fare tra finire l'articolo definitivo sulla mia passione per i fumetti, raccontarvi com'è stata ieri la maratona dei corti d'animazione al Castello Sforzesco, leggere dei libri che mi servono come documentazione per due pezzi che mi stanno a cuore, mi sono fermata ad annusare l'aria fresca dalla finestra pensando a Milano.

"MI-LA-NO, MI-LA-NO, M-ILA-NO"

Ecco.

m ILA no.

Non ci avevo mai pensato, ma il mio soprannome è dentro Milano.

Quando mi ritrovo davanti alle coincidenze della vita, in ogni loro aspetto e di ogni dimensione, di solito mi sento come se la vita mi stesse dicendo qualcosa, come se volesse mostrarmi ciò che di bello può ancora offrirmi.

Chi mi conosce almeno un po' sa che dico sempre di voler morire giovane. Non più di sessant'anni devo campare! Tanto che vuoi che sia la vita, paragonata al nulla, al non sentire nulla ed essere in pace nel non sentirsi niente. Ecco, quando la vita assume quel significato lì, di tremendo peso, scopro una piccola coincidenza che, in un modo o nell'altro, mi fa tirare un sospiro di sollievo, la sensazione di seguire la strada giusta. 

Ora diciamo che avere il mio nome dentro Milano mi fa credere per l'ennesima volta che scegliere questa maledettissima città fosse necessario. Dopo un lungo e lento periodo per adattarmi a tutto ciò che era diverso (nel meglio o nel peggio) dalla mia vita urbinate in collegio (con amici splendidi che, scusate, devo nominare: Ale, Peppe, Simo, Mirko, Je, Jacopo, Sara, Matthew, Carmelo, Jack e Roby) la mia vita e la mia mILAnesità hanno iniziato ad esplodere. 

Amare Milano senza esser di Milano per me è abbastanza facile. Ho la possibilità di stare in Italia nella città meglio organizzata del paese e, tra eventi, festival e presentazioni, ho tutto quello che mi serve per vivere felice (per tutto il resto c'è l'alcool). Che altro voglio? Qualche coincidenza di tanto in tanto che mi faccia sentire così anche nelle giornate NO, dove neanche stare a Milano aiuta e vorresti solo avere un amico al fianco per poter superare la cosa.

Ecco.

mILAno. Ci vivo. Ci sto dentro. La adoro.
La voglio tutta per me. Voglio darla agli altri.
Tutto ciò che c'è di bello e tutto ciò che c'è di peggio.
Mi appartiene. 
E io, Milano, sono tua.

domenica 7 settembre 2014

ILa Menca and books

IL SIGNORE DELLE MOSCHE, OVVERO LE VITTIME SACRIFICALI E LA RACCOLTA DELLE MORE (CON BREVE DIVAGAZIONE SULLE COMMEDIE ROMANTICHE IN CUI LE DONNE CAMBIANO)

Oggi ho compreso una cosa importante: non sono più fatta per la campagna. Non sono più socialmente utile nella Cerasa bella. Da piccola ero ben inserita, amavo gironzolare qua e là e imparare lavoretti utili. Avevo una discreta resistenza e non facevo altro che camminare da un campo all’altro e osservare. Ora sembra mi sia rimasta solo la capacità di osservare, e nulla di più.

Ma andiamo al dunque.
“Vi sono due donne in mezzo ad un vecchio campo di grano, ricoperto ormai solo di sterpi e di fieno. Mamma e figlia, la prima cinquantenne, la seconda poco più che ventenne (ti piacerebbe!), stanno percorrendo rapide la scorciatoia che le porterà ai margini della terra lavorata. In quel lato, solo là, possono trovare ciò che cercano: una buona dose di graffi, punture di zanzare e chili di more. “

Ok, la smetto! Come dice Mauro: “Tu scrivi, ma non racconti”. Per oggi ci rinuncio.

Il fatto è che sono andata con mia madre a raccogliere le more. Volevo aiutarla, perciò mi sono vestita così…



…e siamo andate per campi.

A metà strada ho un calo di zuccheri che quasi svengo. Ne deriva che il resto del pomeriggio lo passo svaccata qui…



…sdraiata, mentre mia madre è intenta a perlustrare ogni centimetro di rogo che porti frutto.
Mentre ammiro il panorama, che mi ricorda quanto Cerasa somigli al mondo di Utopia senza bisogno di filtri (guardatelo Utopia, è una figata),….


...penso.

All’inizio ragiono sulla mia attuale condizione: non abbastanza milanese, non più marchigiana al 100%. Avete presente quelle commedie brillanti (alcune mica tanto) in cui la protagonista si trova, di punto in bianco, ad affrontare un ambiente ostile e che, alla fine, riesce nell’impresa grazie alla sua capacità di scindere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato? Ecco. Perché all’interno di tali romanticherie melodrammatiche c’è sempre un punto di svolta: il momento chiave in cui la protagonista, ormai pesce fuor d’acqua, non si sente a casa in nessun posto. E nei film, di genere, le cose migliorano quando la giovane donna capisce che non è tanto importante dove stare, quanto come ci si sta. E poi, senza troppi dubbi, sceglie la metropoli oppure, come si suol dire il più delle volte, le si chiude una porta e le si apre un portone. La meravigliosa sensazione di scegliere di essere se stessi in un nuovo ecosistema e di svoltare! Non c’è niente da fare: Il diavolo veste Praga docet.

Il mio punto di svolta è stato oggi. Non sono stata in grado di sopportare un pomeriggio afoso alla raccolta di more, senza il timore di un collasso, nonostante la mia sana e robusta costituzione (non totalmente vero): come posso vivermi quel poco che offre il mio paesino? La sua routine, fatta di sagre paesane, scampagnate, cene a casa e partite a tennis, non fa più per me. Non sono neanche più capace di accontentarmi; quel poco che mi viene dato non mi basta più. Senza considerare che non voglio più aver niente a che fare con quella parola lì.
Quindi lì…


(proprio lì)

…ho sentito per la prima volta di non essere più una vera marchigiana.

Poi ho pensato ad altro.

Reduce dalla lettura di metà del Il signore delle mosche, per un attimo mi sono sentita uno dei protagonisti. Spersa nella campagna silenziosa, da sola, a riposare sudaticcia sopra la terra grulla, nonostante l’acquazzone con annessa grandine del giorno prima, è bastato poco per immaginarmi in un’isola deserta. La velocità con cui mi sono adattata al suolo duro e scomodo mi ha piacevolmente sorpreso; forse non ero una survivor così malvagia.

Mi sentivo uno di loro. Ma chi?

Jack. No, no e poi no. Ho passato la vita a sopportare i bambini e gli adulti che presentano l’attitudine e il desiderio di primeggiare. Ho subìto le loro angherie di continuo e ora non posso far altro che guardarli dall’alto in basso con disprezzo.

La sua schiera di cacciatori neppure. Non mi sono mai mischiata alla plebaglia e per questo ne ho prese di sberle e di sconfitte.

Piggy? No. Per quanto porti li occhiali e abbia una bella parlantina (potere del fuoco e della conchiglia ai massimi livelli), non esercito la mia superiorità nel campo della dialettica. Sono troppo timida per mostrare la vera me, la politicante incapace di accettare la sconfitta e sempre pronta a dire la sua (chi non ha visto tale parte di me, è fortunato, ve lo garantisco). E poi posso anche sembrare poco interessante ma, in realtà, di fascino ne ho da vendere, solo che è latente e viene slegato nei momenti opportuni, quando me la sento.

Ralph certo che no! Mai stata abbastanza forte e in grado di catturare l’attenzione di tutti. Mi nascondo, lo faccio sempre. E mai stata così buona e responsabile, così dedita alla comunità. Da brava camaleonte mi mimetizzo; non cerco guai e non cerco mai di far valere le mie idee. Mi basta averle delle idee.

Insomma chi cazzo sono?
Mentre continuo a rimuginare, mi guardo attorno e mi accorgo di essere in una piccola spianata con un fossetto al fianco, circondata da coloratissime farfalle. Le fisso un secondo e poi esclamo:

“Sono Simone!”

Poi tornata a casa, finisco il libro e scopro che fine fa, Simone (Shit!).

Tutto ciò comporta l’ennesima riflessione che si concentra sul fatto che io rimanga una VITTIMA SACRIFICALE, nonostante abbia smesso di vittimizzarmi da un po’. Infatti, proprio per quello che sono e per come sopravvivo in ogni luogo, senza lasciarvi troppa Ilaria dentro, scivolando rapida nel silenzio di una lettura in Piazza Duomo, vengo schiacciata senza troppe difficoltà. Se mi do tutta il sistema mi distrugge. Perciò mi chiudo a riccio, non do abbastanza; ne ottengo una salvezza apparente e di breve durata. 

Nascondersi e non giocare con questo pazzo e folle mondo fa sì che le persone non si prendano cura di me e che le loro attenzioni durino il tempo di un caffè.  Ai “Simone” non ci si affeziona.

Sono proprio così. Non dico la mia perché ho troppo timore, troppa paura di non essere compresa o, peggio, di essere fraintesa. Non riesco a parlare con chiarezza. La mia (e la sua) perspicacia non oltrepassa (oltrepassano) la mia (e la sua) mente, i pensieri rimangono lì e, con loro, la possibilità di mostrare l’intelligenza e la sensibilità che mi connota.

“Pare un po’ tocco”, loro dicono. Rimarrà l’unico in grado di capire le cose per come sono e a non sottovalutare la portata dei guai che attendono il gruppo di bambini.

Ma è lui che muore.

Perciò, dopo aver letto per la prima volta il capolavoro di Golding, anziché soffermarmi sulla morte dell’innocenza, sulla crudeltà dell’animo umano e sulla bestialità di noi tutti, io mi chiedo:

“Sarei morta?”

E so che la risposta è sì.

mercoledì 27 agosto 2014

ILa Menca e le serie TV

HEROES: un'occasione sprecata

Heroes è una serie TV trasmessa in Italia dal 2007 al 2010 che vede come protagonisti un gruppo di persone dotate di superpoteri. Durante le quattro stagioni i personaggi si muovono in una complessa rete di intrighi e tradimenti alla ricerca dell'unica cosa che è davvero importante per ciascuno di loro: la totale comprensione dei loro poteri. Scappano da chi li vuole morti, indagano su chi gli nasconde qualcosa, salvano il mondo e scoprono se stessi.


 Ai tempi, un po' come feci con Naruto, la pubblicità trapanante di Italia1 fece il suo effetto (Heroes fu molto pubblicizzata ma programmata la domenica -___-). Decisi così di provare a seguire la serie. Quando non sai ancora se un prodotto sia una cagata o qualcosa di più, non ti resta che appoggiarti alle poche e innegabili certezze che hai; la mia unica era quel figaccione di Milo Ventimiglia. Il prodotto NBC ebbe su di me un'immediato riscontro. Apprezzavo i personaggi, adoravo il comparto scientifico e le teorie sull'evoluzione umana e non vedevo l'ora che arrivasse la settimana successiva per averne ancora.


Fu lì che conobbi i lavori di Tim Sale. Il disegnatore de Il lungo Halloween ha infatti dipinto le splendide tele
usate nella serie per rappresentare il potere divinatorio di Isaac, pittore drogato capace di predire il futuro.






Da allora è rimasto uno dei miei fumettisti preferiti.





(e Spider-Man: Blue uno dei fumetti più belli)

Ieri ho rivisto dopo tanto tempo la prima puntata di Heroes. E mi ha fatto male.

Tutto si risolve con una sola parola: Peccato! La serie dei supereroi con superproblemi senza maschera e calzamaglia poteva funzionare. Gli spunti per poter dar vita a stagioni con i controcoglioni basate su un'evoluzione coerente dei personaggi e sulla graduale comprensione del rapporto tra poteri e genetica c'erano eccome! Si poteva gestire meglio la contrapposizione tra due "eroi" agli antipodi come Peter Petrelli e Claire Bennet e, così facendo, basare il loro rapporto sulle rispettive differenze (la necessità di essere speciale del primo e la ricerca della normalità delle seconda). Si poteva sfruttare meglio il protagonista più divertente della serie, il nerd giapponese Hiro Nakamura, piuttosto che isolarlo nel Giappone feudale per buona parte della seconda stagione. Si poteva gestire meglio la storia di Sylar, i cui repentini e ripetuti cambiamenti da villain a hero hanno reso indigesto il prodotto.


Il momento di svolta doveva essere il finale della prima stagione che non è stato col botto. Lo sciopero degli sceneggiatori e una seconda stagione fiacca, composta solo di 11 puntate hanno fatto il resto.

Ora non resta che sperare che Heroes Reborn, rilancio di Heroes in arrivo nel 2015, non sia l'ennesimo buco nell'acqua. Al momento sono poche le certezze (la presenza di Jack Coleman  nel cast e la decisione di narrare eventi successivi alla quarta stagione) e molti i dubbi (Che fine hanno fatto i vecchi heroes? Come si può creare una nuova serie sulle fondamenta di una precedente così lacunosa?). Staremo a vedere.



martedì 26 agosto 2014

ILa Menca e gli Emmy Awards

Emmys da strapazzo

Ieri notte ho avuto la bella idea di guardarmi tutta la premiazione degli Emmy Awards 2014 alla TV. Gli intenti erano dei più frivoli: idolatrare Matthew McConaughey, guardare qualche vestito e ascoltare le mie buone tre ore e passa di inglese quotidiano.

Voglio il vestitino di Julia Roberts!

Non ho avuto modo di guardare buona parte dei telefilm in nomination (oddìo, forse sarebbe più corretto dire che ho visto esclusivamente True Detective pochi giorni fa) e non ho proprio modo di scrivere un post che analizzi nel dettaglio ogni scelta degli Accademy. Rimando perciò alla visione dei telefilm in gara le mie opinioni.

L'espressività di Kit Harington non si smentisce

In breve, per i drama, Breaking Bad ha sbancato aggiudicandosi 5 premi importati come Miglior serie, Miglior attore protagonista (Bryan Craston), Miglior attore non protagonista (Aaron Paul), Miglior attrice non protagonista (Anna Gunn) e Miglior sceneggiatura. 

Per le commedy prevale, come gli anni seguenti The Modern Family aggiudicandosi (con mio grande disappunto) per la quinta volta consecutiva il titolo di Miglior serie comica e portandosi a casa tre premi in totale (Miglior serie comica, Miglior attore non protagonista con Ty Burrell e Miglior Regia).


Mamma mia! Quanto è invecchiato Joey!

Grandi esclusi: True Detective, premiato solo per la Miglior Regia (il potere della piano sequenza) e Orange is the new black (serie Netflix di cui in più frangenti mi è stato parlato benissimo e che recupererò a breve).

Sherlock acquista il ruolo di vincitore a sorpresa strappando a Fargo (Miglior miniserie e Miglior regia) tre importanti premi per le miniserie/film tv (Miglior sceneggiatura miniserie, Miglior attore protagonista di una miniserie con Benedict Cumberbatch e Miglior attore non protagonista di una miniserie con Martin Freeman). Bel colpo per un prodotto inglese!

Il giovane (secondo Rai4) Jim Parsons 

Resta perciò all'asciutto Matthew McConaughey che ha mancato un triplete storico dopo la vittoria del Golden Globe e dell'Oscar come Miglior attore per Dallas Buyers Club (ora che ci penso Leonardo Di Caprio se la riderà alla grande). A mio avviso è un vero peccato; mai un attore era riuscito a riabilitarsi ai miei occhi come ha fatto lui nel 2014. Si vede che gli portato sfiga, son tre giorni che non faccio altro che tentare di disegnarlo (sono un modello di stalker evoluto io!)

Cheeres Mat!

L'amaro in bocca è sparito subito dopo aver ascoltato il discorso di ringraziamento di Bryan Craston, che vi invito ad ascoltare.


Ed epic win per essersi limonato Julia Luois Dreyfus.


Potrei chiudere qui il breve resoconto se non fosse per la nota dolente che mi sono vista tutta la serata su Rai4. E ragazzi è stata un'agonia (non rompete con il fatto che c'era lo streaming sul web perché non ho wi-fi!). La nostra rete pubblica ha infatti ben pensato di non dare ai suoi spettatori la possibilità di guardare gli Emmy Awards in lingua, quando sarebbe stato molto semplice trasmettere in televisione l'evento senza commenti di sorta e mantenere in radio le voci italiane fuoricampo.

Sorbirsi le battute di Gene Gnocchi per tre ore e mezza (perché, sì, uno dei commentatori era proprio Gene Gnocchi) è stata una delle esperienze più rivoltanti che la televisione italiana sia stata in grado di darmi. Lo squallido teatrino comico che si è consumato ha indebolito la forza di uno show che, vuoi o non vuoi, è seguito da un pubblico di nicchia, composto da appassionati che lo guardano con massima serietà e che, a loro volta, pretendono massima serietà. La scelta di affidare al comico gran parte degli interventi, mettendo in secondo piano la premiazione stessa, ha trasformato la diretta in un cabaret discutibile e di cattivo gusto. L' "Ecco Paolo Villaggio"  riferito a George Martin risuonerà (aihmè) per molto tempo nella mia testa come esempio di male assoluto.

Insomma, ancora una volta, con le sue scelte discutibili, la televisione italiana si mostra per quello che è: UNA BELLA MERDA.

Che dire, a me non resta che consolarmi così....