Son passati 18 anni da che Buffy è apparsa nelle nostre case divenendo il fenomeno che è stato e facendoci amare pazzamente i vampiri molto prima di Twilight e True Blood. L'anniversario mi ha dato modo di riguardare alcuni episodi della serie e di apprezzare ancora di più quello che sempre sarà il mio personaggio preferito: Spike.
Canticchiando le magiche note di once More With Feeling, puntata musical della sesta stagione, finisce sempre che canti questa cosa qui
che rappresenta fondamentalmente chi è Spike e cosa è l'amore (quello vero) per lui. Guardate il video e ammirate il povero cagnolino che si strugge in mille modi perchè non è amato e lo sa. Ragionando sul mio vissuto attuale la mia empatia col personaggio deriva proprio dal suo modo di stare accanto a Buffy, che è ugualissimo al mio modo di vivermi un uomo.
Io amo. Finisco per farlo, ci provo a desistere, ma non ci riesco. Io amo perdutamente: non rompo i coglioni, accetto i rifiuti anche se non rinuncio mai del tutto. So quando potrebbe funzionare.
Anche se non mi consideri all'altezza. Anche se non ti consideri all'altezza. Anche se non mi prendi sul serio.
Vivo i miei sentimenti. Mi struggo e li sopporto. Preferirei non intralciassero la mia vita, ma non succede quasi mai. Esami andati, lascrime agli occhi e lavori rimandati. Questo alla fine è sempre ciò che mi resta. Nessuno rischia con me.
Io sono disposta a tutto. Disposta a sopportare tutto. Disposta a fare tutto. Per essere migliore. Per stare bene e far star bene.
Io mi metto da parte e faccio di tutto per essere una buona spalla. Io ti seguo ovunque incoerente con me stessa, ma coerente con i miei sentimenti. Io capisco i miei errori e ti lascio in pace. Io per te non darei l'anima, me la riprenderei per averti nel modo giusto. Per tentare il tutto per tutto. Per arrivare al tuo cuore freddo.
Ecco Spike. Ecco Ilaria. Ma alla fine quello che volevo dire è poca cosa e si rissume in una frase.
Cuori Freddi, mi spiace, ci avete perso voi.
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martedì 24 marzo 2015
mercoledì 27 agosto 2014
ILa Menca e le serie TV
HEROES: un'occasione sprecata
Heroes è una serie TV trasmessa in Italia dal 2007 al 2010 che vede come protagonisti un gruppo di persone dotate di superpoteri. Durante le quattro stagioni i personaggi si muovono in una complessa rete di intrighi e tradimenti alla ricerca dell'unica cosa che è davvero importante per ciascuno di loro: la totale comprensione dei loro poteri. Scappano da chi li vuole morti, indagano su chi gli nasconde qualcosa, salvano il mondo e scoprono se stessi.
Fu lì che conobbi i lavori di Tim Sale. Il disegnatore de Il lungo Halloween ha infatti dipinto le splendide tele
usate nella serie per rappresentare il potere divinatorio di Isaac, pittore drogato capace di predire il futuro.
Da allora è rimasto uno dei miei fumettisti preferiti.
(e Spider-Man: Blue uno dei fumetti più belli)
Ieri ho rivisto dopo tanto tempo la prima puntata di Heroes. E mi ha fatto male.
Tutto si risolve con una sola parola: Peccato! La serie dei supereroi con superproblemi senza maschera e calzamaglia poteva funzionare. Gli spunti per poter dar vita a stagioni con i controcoglioni basate su un'evoluzione coerente dei personaggi e sulla graduale comprensione del rapporto tra poteri e genetica c'erano eccome! Si poteva gestire meglio la contrapposizione tra due "eroi" agli antipodi come Peter Petrelli e Claire Bennet e, così facendo, basare il loro rapporto sulle rispettive differenze (la necessità di essere speciale del primo e la ricerca della normalità delle seconda). Si poteva sfruttare meglio il protagonista più divertente della serie, il nerd giapponese Hiro Nakamura, piuttosto che isolarlo nel Giappone feudale per buona parte della seconda stagione. Si poteva gestire meglio la storia di Sylar, i cui repentini e ripetuti cambiamenti da villain a hero hanno reso indigesto il prodotto.
Il momento di svolta doveva essere il finale della prima stagione che non è stato col botto. Lo sciopero degli sceneggiatori e una seconda stagione fiacca, composta solo di 11 puntate hanno fatto il resto.
Ora non resta che sperare che Heroes Reborn, rilancio di Heroes in arrivo nel 2015, non sia l'ennesimo buco nell'acqua. Al momento sono poche le certezze (la presenza di Jack Coleman nel cast e la decisione di narrare eventi successivi alla quarta stagione) e molti i dubbi (Che fine hanno fatto i vecchi heroes? Come si può creare una nuova serie sulle fondamenta di una precedente così lacunosa?). Staremo a vedere.
martedì 26 agosto 2014
ILa Menca e gli Emmy Awards
Emmys da strapazzo
Ieri notte ho avuto la bella idea di guardarmi tutta la premiazione degli Emmy Awards 2014 alla TV. Gli intenti erano dei più frivoli: idolatrare Matthew McConaughey, guardare qualche vestito e ascoltare le mie buone tre ore e passa di inglese quotidiano.
Non ho avuto modo di guardare buona parte dei telefilm in nomination (oddìo, forse sarebbe più corretto dire che ho visto esclusivamente True Detective pochi giorni fa) e non ho proprio modo di scrivere un post che analizzi nel dettaglio ogni scelta degli Accademy. Rimando perciò alla visione dei telefilm in gara le mie opinioni.
In breve, per i drama, Breaking Bad ha sbancato aggiudicandosi 5 premi importati come Miglior serie, Miglior attore protagonista (Bryan Craston), Miglior attore non protagonista (Aaron Paul), Miglior attrice non protagonista (Anna Gunn) e Miglior sceneggiatura.
Voglio il vestitino di Julia Roberts!
Non ho avuto modo di guardare buona parte dei telefilm in nomination (oddìo, forse sarebbe più corretto dire che ho visto esclusivamente True Detective pochi giorni fa) e non ho proprio modo di scrivere un post che analizzi nel dettaglio ogni scelta degli Accademy. Rimando perciò alla visione dei telefilm in gara le mie opinioni.
L'espressività di Kit Harington non si smentisce
Mamma mia! Quanto è invecchiato Joey!
Grandi esclusi: True Detective, premiato solo per la Miglior Regia (il potere della piano sequenza) e Orange is the new black (serie Netflix di cui in più frangenti mi è stato parlato benissimo e che recupererò a breve).
Sherlock acquista il ruolo di vincitore a sorpresa strappando a Fargo (Miglior miniserie e Miglior regia) tre importanti premi per le miniserie/film tv (Miglior sceneggiatura miniserie, Miglior attore protagonista di una miniserie con Benedict Cumberbatch e Miglior attore non protagonista di una miniserie con Martin Freeman). Bel colpo per un prodotto inglese!
Resta perciò all'asciutto Matthew McConaughey che ha mancato un triplete storico dopo la vittoria del Golden Globe e dell'Oscar come Miglior attore per Dallas Buyers Club (ora che ci penso Leonardo Di Caprio se la riderà alla grande). A mio avviso è un vero peccato; mai un attore era riuscito a riabilitarsi ai miei occhi come ha fatto lui nel 2014. Si vede che gli portato sfiga, son tre giorni che non faccio altro che tentare di disegnarlo (sono un modello di stalker evoluto io!)
Cheeres Mat!
L'amaro in bocca è sparito subito dopo aver ascoltato il discorso di ringraziamento di Bryan Craston, che vi invito ad ascoltare.
Ed epic win per essersi limonato Julia Luois Dreyfus.
Potrei chiudere qui il breve resoconto se non fosse per la nota dolente che mi sono vista tutta la serata su Rai4. E ragazzi è stata un'agonia (non rompete con il fatto che c'era lo streaming sul web perché non ho wi-fi!). La nostra rete pubblica ha infatti ben pensato di non dare ai suoi spettatori la possibilità di guardare gli Emmy Awards in lingua, quando sarebbe stato molto semplice trasmettere in televisione l'evento senza commenti di sorta e mantenere in radio le voci italiane fuoricampo.
Sorbirsi le battute di Gene Gnocchi per tre ore e mezza (perché, sì, uno dei commentatori era proprio Gene Gnocchi) è stata una delle esperienze più rivoltanti che la televisione italiana sia stata in grado di darmi. Lo squallido teatrino comico che si è consumato ha indebolito la forza di uno show che, vuoi o non vuoi, è seguito da un pubblico di nicchia, composto da appassionati che lo guardano con massima serietà e che, a loro volta, pretendono massima serietà. La scelta di affidare al comico gran parte degli interventi, mettendo in secondo piano la premiazione stessa, ha trasformato la diretta in un cabaret discutibile e di cattivo gusto. L' "Ecco Paolo Villaggio" riferito a George Martin risuonerà (aihmè) per molto tempo nella mia testa come esempio di male assoluto.
Insomma, ancora una volta, con le sue scelte discutibili, la televisione italiana si mostra per quello che è: UNA BELLA MERDA.
Che dire, a me non resta che consolarmi così....
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